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Fire, venti
anni dopo: grazie di tutto
Di
Paolo Gallori
1984. Scoprii
la musica degli U2 con incolpevole ritardo, a Napoli, al mio primo
anno di università. La mia adolescenza si era consumata in una
piccola località turistica del tirreno calabrese, dove all’epoca
aprire un negozio di dischi sarebbe stato un imperdonabile errore
imprenditoriale: lontanissima dai grandi centri urbani, abitata per
la maggior parte dell’anno da ragazzini e anziani, in attesa dei
distratti “ospiti” estivi. War, e Sunday Bloody Sunday
in particolare, accesero in me l’amore irrefrenabile per quel gruppo
irlandese la cui musica esprimeva non solo una carica di energia e
passione inconsuete negli anni dei synth, ma anche un altissimo
profilo morale e civile. Dalla questione dell’Ulster alle modalità
d’azione di Amnesty International, scoprii pian piano, ascolto dopo
ascolto, intervista dopo intervista, le enormi potenzialità che il
rock guadagnava con gli U2 in termini di comunicazione,
informazione, controinformazione, formazione di una nuova
consapevolezza giovanile collettiva. L’altra faccia, o meglio,
l’effetto “indesiderato” di una pratica che l’industria si ostina a
definire “entertainment”, “star system”, “rock business”.
Spinto dalla
sete di saperne sempre di più, trovai una fonte preziosissima dove
soddisfarmi in Fire, l’organo d’informazione del primo
fanclub ufficiale italiano degli U2. Lo scoprii alla tv, sul finire
del 1984. La band aveva appena pubblicato The Unforgettable Fire
e la “gloriosa” Deejay Television diffuse un’intervista a Bono. In
sovrimpressione apparve l’indirizzo del neonato fanclub. Spesso
rifletto su quanto mi sarei perso se quel giorno non avessi avuto
una penna a portata di mano. E se avessi resistito all’istinto di
scrivere a Fire, assecondando la diffidenza che ho sempre
avuto verso il “coordinamento collettivo” che spesso banalizza
preziosi patrimoni di passioni innanzitutto personali, individuali,
intimi.
Quando
ricevetti a casa la prima copia del giornale, capii di aver agito
bene. In quel pugno di pagine scritte a macchina, e poi ciclostilate
e spillate, c’erano tantissime notizie di prima mano, nessuno slogan
e soprattutto neanche l’ombra di pubblicità. Interviste, testi,
anticipazioni, date dei concerti, il resoconto dei tour. Le poesie
di Lance Henson. Non si vendevano t-shirt, l’unico “merchandising”
erano le preziosissime cassette con registrazioni dei concerti degli
U2 da tutto il mondo. Sfogliando Fire si respirava l’odore
della carta e il lavoro di un uomo, Davide Sapienza, che con pochi
amici aveva messo in piedi quell’impresa quando uno strumento come
Internet non esisteva. E mentre Davide e i suoi scrivevano,
stampavano, bollavano e spedivano, tutte operazioni oggi delegate ai
computer, gli U2 diventavano la più grande e amata band dell’era
moderna del rock’n’roll, aggravando loro malgrado l’impegno dei
“portavoce” presso i fan italiani. Ma ne valse sicuramente la pena.
Quando a fine ’86 uscì The Joshua Tree, ai commessi del
negozio dove lo acquistai non diedi nemmeno il tempo di mettere il
vinile sugli scaffali. Era l’edizione italiana. Sul retro di
copertina recava, accanto a quello di Amnesty, l’indirizzo di
Fire. Provai un’emozione fortissima.
Sono grato a
Davide e ai suoi per tutto questo. E sono grato a Fire per
aver ospitato il lungo racconto che inviai dopo aver assistito al
mio primo concerto degli U2. Bono, The Edge, Adam e Larry scelsero
il gelido febbraio del 1985 per calare in Italia. Tre date del “The
Unforgettable Tour”, nessuna al Sud. Raggiunsi Bologna da solo. Tra
andata e ritorno un viaggio estenuante, ma fu uno dei giorni più
belli della mia vita. Gli U2 dal vivo in un tendone di periferia, a
pochissimi centimetri dalla loro gente. E poi la neve, le canzoni,
le amicizie. Oggi ho quasi 40 anni e vivo scrivendo di musica. Di
concerti ne ho visti tanti, compresi tutti i successivi tour degli
U2. Ma non ho più avvertito il brivido interiore che mi cambiò la
vita nel febbraio del 1985. Forse sono finito a fare il giornalista
nella speranza di ritrovare quella sensazione. Ma di una cosa sono
assolutamente sicuro: non era il freddo.
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